Vlog33

Comunità virtuale dei sordi

Diritti negati Lettere aperte LIS

La LIS non è un mercato per udenti: quando l’opportunità diventa appropriazione

In Italia, ogni giorno, si moltiplicano i corsi di Lingua dei Segni Italiana (LIS). Ma mentre gli iscritti aumentano, una domanda resta sospesa nell’aria: chi insegna davvero questa lingua? E, soprattutto, chi viene escluso? La risposta è tanto scomoda quanto necessaria.

A guadagnarci sono spesso gli interpreti udenti. A rimanere ai margini, ancora una volta, sono le persone sorde. Succede nelle associazioni private gestite da udenti e in alcune università italiane: corsi di LIS diretti, insegnati e promossi da udenti, attorno a una lingua che non appartiene loro, ma che si permettono di etichettare come competenza.

La LIS non è solo un mezzo di comunicazione: è una lingua viva, radicata in una cultura, in una storia di lotta, in una comunità che ha subito esclusione, oralismo forzato e invisibilità. È un’eredità culturale con valore identitario. Quando a insegnarla e monetizzarla sono persone esterne, che non ne conoscono né riconoscono il vissuto, siamo di fronte a una chiara forma di appropriazione culturale. E no, non è un’esagerazione.

Pensiamo a cosa accadrebbe se un corso di cinese fosse tenuto da chi non ha mai vissuto la cultura cinese. O se i corsi di lingua araba escludessero sistematicamente gli arabi madrelingua. Perché, allora, questo è accettato — e addirittura normalizzato — quando si parla di LIS?

Tante associazioni hanno coinvolto persone sorde solo per la foto promozionale, ma come docenti hanno scelto interpreti udenti in possesso — nei casi peggiori — di un semplice attestato base. “Dicono che ‘parlava meglio’ con gli studenti”, racconta Angela*, sorda dalla nascita, docente LIS da oltre vent’anni. “Ma parlare meglio non vuol dire vivere meglio la lingua.”.

Un altro docente sordo, Michele*, aggiunge: “Ho visto docenti udenti usare sordi impreparati, facendoli passare per veri colleghi. In quei corsi, la maggior parte delle ore era tenuta dagli udenti, mentre i sordi avevano un ruolo marginale. I sordi presenti erano spinti a confermare tutto, anche contenuti sbagliati o inventati. È una dinamica pericolosa: si sfrutta l’insicurezza di alcuni sordi inesperti per legittimare l’errore.

Queste storie non sono eccezioni. Sono la norma in troppe realtà italiane. Il docente udente è ritenuto “più adatto” perché parla, perché “spiega meglio”. Ma cosa ne sa del corpo che sente? Del silenzio che crea parole? Dell’esperienza condivisa tra chi comunica senza voce?

L’esclusione dei sordi dai corsi LIS è una forma sottile ma potente di marginalizzazione istituzionale. I sordi sono coinvolti come simboli, come “ospiti d’onore”, ma raramente come protagonisti.

Avete mai visto corsi di lingua inglese insegnati mescolando continuamente l’italiano? Eppure, gli udenti italiani imparano le lingue straniere separandole nettamente dalla propria. Con la LIS, invece, accade l’opposto: si insegna parlando in italiano e facendo segni mescolati, generando una LIS distorta, non riconosciuta dalla comunità sorda.

Alcuni interpreti LIS in TV, o udenti che partecipano a seminari, usano segni inventati o ibridi tra italiano e LIS. Molti di questi segni sono stati insegnati da docenti udenti senza alcuna consultazione con la comunità sorda. È una forma di imposizione linguistica mascherata da “innovazione”.

Nel frattempo, molte associazioni continuano a diffondere segni errati, manipolati, svuotati di significato. La LIS viene usata per spettacolarizzare l’accessibilità, per far apparire inclusive associazioni ed eventi. Ma è solo apparenza. Si parla di inclusione, ma si pratica l’esclusione. Si sfrutta l’attenzione verso la LIS per profitto personale, lasciando fuori chi quella lingua la vive.

Non si tratta di essere “contro gli udenti”. Si tratta di giustizia. Perché chi non ha mai subito l’esclusione comunicativa non può arrogarsi il diritto di rappresentare una lingua nata da quella esclusione. Le persone sorde vengono sostituite, cancellate, ignorate.

Molti udenti giustificano il fatto che siano loro a insegnare la LIS sostenendo che la maggioranza dei sordi non sia qualificata a causa della scarsa istruzione ricevuta. Altri, peggio, rivendicano un presunto diritto costituzionale di insegnarla anche senza alcuna collaborazione con docenti sordi. Ma la libertà non è prevaricazione. La libertà non può diventare licenza di cancellare l’altro.

Un esempio rilevante sul piano internazionale è stato raccontato da Riccardo, docente sordo italiano che insegna American Sign Language (ASL) negli Stati Uniti. Durante una diretta trasmessa su Vlog33, Riccardo ha spiegato che, nel contesto statunitense, gli interpreti udenti rispettano il ruolo guida delle persone sorde nell’insegnamento della lingua dei segni. Non solo evitano di appropriarsi di spazi che non appartengono loro, ma scelgono consapevolmente di farsi da parte, riconoscendo l’autorevolezza e la centralità culturale dei docenti sordi, continuando nel frattempo a svolgere il ruolo di interpreti — un lavoro sicuramente apprezzato dalla comunità sorda per l’accessibilità che garantisce, grazie all’umiltà con cui viene esercitato.

A rafforzare questa testimonianza, Vlog33 ha dedotto anche una conferma indiretta da parte di Giuseppe Nazzareno — fondatore di Vlog33, che ormai da sette mesi vive a Filadelfia, negli Usa, per motivi di lavoro — a quanto affermato da Riccardo. In uno dei suoi 165 video pubblicati fino ad oggi sul proprio profilo personale Facebook, Nazzareno ha raccontato la sua esperienza diretta negli Stati Uniti: pur avendo incontrato numerosi interpreti udenti a Filadelfia, Richmond, New York e Washington D.C., nei sette mesi trascorsi non ha mai conosciuto un solo udente che insegni l’American Sign Language. Questo racconto di Nazzareno ci ha portato a riflettere su un modello culturale in netto contrasto con quello italiano, dove invece accade spesso il contrario. In troppe realtà, i ruoli di insegnamento vengono occupati da persone udenti, anche in assenza di un reale coinvolgimento dei sordi. La centralità viene rivendicata da chi, in realtà, è esterno alla comunità che ha generato e tramandato quella lingua. Ecco perché, da anni, la comunità sorda in Italia rivolge un appello fermo agli udenti: che siano i sordi a insegnare la LIS. Eppure, chi sostiene questa posizione viene spesso attaccato e/o ridotto al silenzio, come se fossero sempre gli udenti ad avere abilmente ragione.

L’appello della World Federation of the Deaf — che rappresenta circa 70 milioni di persone sorde nel mondo — pubblicato sul proprio sito nel marzo 2023, è chiaro: le persone sorde devono essere al centro della ricerca, dell’insegnamento e dello sviluppo delle lingue dei segni. Non ai margini. Non dietro. Al centro. Perché la lingua dei segni è parte del corpo di chi la vive. Non un accessorio.

Eppure, molte associazioni gestite da udenti ignorano questo appello. Un coordinatore udente di corsi LIS — docente e interprete — si considera più esperto dei sordi stessi, trattando sia l’appello della comunità sorda in Italia, sia l’indicazione della WFD come una semplice goccia nel mare. Un mare che, nella sua visione distorta, rappresenterebbe la presunta superiorità degli udenti, nel senso che i sordi dovrebbero arrendersi di fronte alla potenza maggioritaria degli udenti in Italia e accettare che anche gli udenti possano insegnare la LIS al pari dei sordi. Infatti, continuano tranquillamente ad arricchirsi, speculando sulla pelle dei sordi. Vogliono insegnare la LIS parlando, senza contenuto culturale.

Peggio, alcuni testimoni sordi riferiscono che un’associazione avrebbe rilasciato attestati di docenza LIS a persone udenti anche grazie alla presenza, nella commissione esaminatrice, di una maggioranza di sordi non qualificati, i quali avrebbero dichiarato idonei tutti i candidati udenti con estrema superficialità, basandosi sul fatto che sapevano segnare sufficientemente la LIS. Questo significa che continueranno a proliferare nuovi docenti udenti.

È l’occasione d’oro degli udenti per “commercializzare” la LIS, deridendo chi alza la voce, definendo le persone sorde “divisive” e accusandole di creare polemiche e/o conflitti. È la strategia più antica: silenziare chi denuncia, screditare chi reclama giustizia.

Esistono fortunatamente delle istituzioni esemplari, come l’Ente Nazionale Sordi, il Gruppo SILIS e altre realtà del settore, che sono gestite da persone sorde e che erogano corsi di LIS tenuti da docenti sordi, oltre a offrire una formazione specifica rivolta alle persone sorde interessate a diventare insegnanti.

Per fortuna, se il silenzio può essere oscurato dalle belle parole, ci sono le testimonianze che parlano da sole. Fatti. Esperienze vere. Voci che non si possono ignorare.

Poiché gli udenti tendono ad ascoltare più facilmente altri udenti piuttosto che noi sordi, abbiamo scelto di riportare qui le parole dirette di studenti udenti che hanno cambiato prospettiva. Le loro storie sono la prova concreta di ciò che la comunità sorda denuncia da anni.

Da tempo, infatti, molti studenti udenti scelgono di iscriversi — anche dopo percorsi già avviati — ai corsi organizzati da associazioni con docenti sordi, perché hanno compreso, o sperimentato sulla propria pelle, l’inadeguatezza dell’insegnamento offerto da docenti udenti.

Vediamo ora alcune testimonianze dirette di studenti che hanno vissuto questa esperienza, in particolare nella parte pratica:

Maria*: “Ammetto che inizialmente mi ero iscritta a un corso LIS con un docente udente, convinta che fosse un vantaggio apprendere la lingua dei segni tramite spiegazioni verbali. Ma alla fine, nella mia confusione, ricordo solo le parole dette e pochissimi segni. Così ho deciso di ricominciare da capo, frequentando il primo livello con un docente sordo. Oggi è il contrario: ricordo i segni, non le parole. E finalmente capisco davvero”.

Laura*: “Sono madre di figli sordi. Nella mia città non ci sono docenti sordi, quindi per comodità ho seguito un corso LIS con un docente udente. Ma quello che ho imparato era completamente diverso da ciò che usavano i miei figli. Ho avuto il sospetto che i segni fossero stati inventati o deformati. Ho scelto allora di spostarmi, anche con qualche sacrificio, per frequentare un corso con un docente sordo. È stata la decisione migliore: ora comunico con i miei figli in modo naturale. Non sono solo felice del sacrificio fatto, ma soprattutto del risultato reale che ho ottenuto”.

Stefano*: “Mi ero iscritto direttamente al terzo livello con un docente sordo, dopo aver frequentato i primi due con docenti udenti. È lì che mi sono reso conto di avere un buco linguistico enorme. La LIS che conoscevo non era quella vera. Ho deciso allora di ripartire da zero, e oggi sono felice di poter usare finalmente la vera LIS”.

Gabriele*: “A dire la verità, con tutto il rispetto per i docenti udenti, ho imparato dieci lessici in LIS molto più dai docenti sordi che da loro, dai quali avevo appreso appena uno o due segni. I docenti sordi sanno spiegare con pazienza e passione le diverse varianti di uno stesso concetto. Gli udenti, non essendo madrelingua LIS, tendono invece a insegnare un solo segno per tutto, come se bastasse. Spesso mi è capitato di notare che i docenti udenti non conoscevano altre varianti, facendo così sembrare che la LIS fosse povera, quando invece non lo è affatto”.

Vediamo ora altre testimonianze, riferite alla parte teorica:

Monica*: “I miei docenti udenti sembravano davvero competenti e ben informati sul mondo dei sordi, ma con il tempo ho capito che molte cose che spiegavano non corrispondevano affatto alla realtà. Ricordo frasi come: ‘È così perché è sordo’, senza mai andare a fondo delle cause. Poi ho assistito a un seminario tenuto da una persona sorda, con l’interprete. Le sue parole mi hanno colpita profondamente: erano spiegazioni vere, vissute, dirette. Ho realizzato che i miei docenti udenti, pur con buone intenzioni, ripetevano inconsapevolmente molti pregiudizi. Mi sono iscritta a un corso LIS tenuto da sordi: in un solo anno ho imparato più verità di quante ne abbia mai sentite in tre anni da docenti udenti. Tutto grazie alla collaborazione vera tra i docenti udenti e quei sordi, mentre nelle prime iscrizioni erano tutti docenti udenti da soli”.

Roberto*: “Ho osservato con disagio che alcuni docenti udenti, mentre parlavano di cultura sorda, usavano la voce con gli studenti udenti anche davanti a persone sorde. Questo mi ha fatto dubitare della loro autenticità e del loro rispetto. Così sono passata a un corso tenuto da docenti sordi. Lì ho scoperto il valore del silenzio: ho imparato moltissimo, proprio attraverso quel silenzio, che mi ha insegnato più di qualsiasi spiegazione verbale. È stato lì che ho davvero capito cosa significa essere immersi nella cultura sorda”.

Le testimonianze che avete letto raccontano tanto nella parte pratica quanto nella parte teorica: il valore della lingua vera, il potere del silenzio, la differenza tra rappresentare e vivere. E mostrano con chiarezza una verità che i docenti sordi conoscono bene: troppo spesso i corsi gestiti da udenti offrono una LIS distorta, scollegata dalla realtà della comunità che l’ha generata.

Forse alcuni di voi saranno rimasti stupiti da queste storie, ma per noi non sono affatto sorprendenti. Perché questa è la realtà quotidiana. Nonostante tutto, i docenti udenti continuano a presentarsi come i più adatti, i più competenti, i più “accessibili”.

E allora lasciamo che siano gli studenti udenti stessi, quelli che hanno scelto la strada giusta dopo aver sbagliato, a dare l’ultimo consiglio: Ci raccomandiamo. Rivolgetevi ai docenti sordi LIS, ovvero alle associazioni gestite esclusivamente da sordi. Se vi trovate di fronte a promesse affascinanti fatte da docenti udenti, non ripetete il nostro errore: ascoltate chi vive la LIS, non chi la spiega senza conoscerla davvero. Se siamo felici del risultato con i sordi, vedrete che, se ci ascolterete, anche voi rimarrete felici e soddisfatti”.

Il Consiglio Direttivo Vlog33
Manuel Alesi, Annamaria Amato e Chiara Rinaldi

 

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*Tutti i nomi presenti nelle testimonianze sono stati cambiati per rispetto della privacy.

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