Testimonianza di Cettina*
Sono cresciuta parlando esclusivamente a voce. La LIS era un tabù assoluto: guai anche solo nominarla.
La mia famiglia era ossessionata dall’idea che dovessi “essere come gli udenti”, a tutti i costi. Era fuori discussione persino l’idea di innamorarmi di un altro sordo, anche se oralista, per evitare il rischio che potessimo generare, possibilmente, dei figli sordi.
Infatti, il mio ragazzo di allora era udente e comunicavamo esclusivamente in lingua parlata. Non avevo difficoltà a farmi capire.
Ricordo bene: avrò partecipato ad almeno dieci vacanze organizzate in un campeggio estivo con le mie amiche, tutte udenti. Io ero sempre l’unica sorda. Come detto, non avevo difficoltà a farmi capire, però durante tutto il tempo non riuscivo mai a seguire davvero le conversazioni, i discorsi lunghi, i commenti improvvisi, le battute dette velocemente. Fingevo di ridere e di divertirmi.

Una volta, per caso, su una spiaggia fuori dal campeggio, ho visto un gruppo di ragazzi sordi che chiacchieravano tra loro in LIS.
Ridevano, parlavano a lungo. Non mi sono avvicinata. Non ho detto che anch’io ero sorda. Mi sembravano diversi. Ero cresciuta credendo che non avessi nulla da condividere con chi usava la LIS.
Le mie amiche, vedendoli da lontano, hanno riso e detto: “Guarda come gesticolano, sembrano scimmie. Tu invece sì che parli bene, si vede che sei una vera persona”.
Forse sì, parlavo bene. Ma non potevo fare a meno di notare che loro ridevano davvero, si capivano, si ascoltavano con gli occhi. Io, invece, parlavo bene… ma non riuscivo a seguire nulla. Non capivo i discorsi lunghi, i commenti improvvisi, le battute rapide in italiano parlato. Mi sentivo tagliata fuori.
A quel punto, ho trovato il coraggio di rompere il tabù e mi sono avvicinata a loro, nonostante i consigli contrari delle mie amiche.
Non conoscevo la LIS, ma mi facevo capire in qualche modo. Devo dire con onestà: dopo tre giorni trascorsi insieme, ho capito una cosa fondamentale. La LIS non era affatto come me l’avevano descritta. Anche se in così poco tempo non ho imparato molti segni, mi sono sentita accolta, libera, vista. E perfino le mie amiche, che all’inizio ridevano, hanno cominciato a cambiare sguardo.
Mi ricordo ancora una scena: una di loro si era messa con un ragazzo sordo, una semplice avventura estiva. Scherzando, le dissi: “Ma ti sei messa con una scimmia?” Lei rise, ma poi ci pensò su e mi disse, seria: “Mi sto rendendo conto di quanto fosse assurdo e discriminatorio il mio pregiudizio. Perché mai ho dato per scontato che chi comunica con la LIS sia ‘inferiore’, ‘strano’, ‘non umano’, mentre chi parla con la voce sia automaticamente ‘normale’ o ‘valido’?”
Quando sono tornata a casa, mia madre ha notato una felicità diversa dalle altre. Si sa, solo le madri capiscono tutto subito. Ho avuto il coraggio di raccontarle ogni cosa, di aprirmi, di esprimere finalmente i miei sentimenti. Lei è scoppiata in lacrime.
Non dimenticherò mai le sue parole: “Se ti senti libera, e se vuoi imparare la LIS, va benissimo. Ti supporto.” Ci siamo abbracciate a lungo.
Poi le ho chiesto: “Posso farti una domanda?”
Alla sua risposta affermativa, ho detto: “Perché, per tutta la mia vita, mi hai escluso dalla possibilità di conoscere anche la LIS fin da quando ero bambina?”
Mia madre è scoppiata a piangere ancora più forte. “Quando eri piccolissima, i dottori mi dicevano di non farti usare la LIS. Dicevano che la LIS era ormai superata, una cosa che – testuali parole – ancora usavano le scimmie. Io ci ho creduto. L’ho fatto solo perché non volevo che mia figlia fosse vista come una di loro. Perdonami. Non avrei mai dovuto crederci”.

Adesso io uso la LIS. E parlo anche a voce. Solo così ho ritrovato il mio equilibrio. Solo così mi sento, finalmente, me stessa.
Anche se, col cuore in mano, avrei tanto voluto imparare la LIS fin da bambina – purtroppo, una lingua negata per mano dei dottori.
* Il nome riportato in questa testimonianza è stato cambiato per rispetto della privacy.







